Da Dx: prof. Antinio Barone; dott.Simone Marconcini

L’implantologia moderna è definita “protesicamente guidata”, in quanto ha l’obiettivo di garantire le basi strutturali alla riabilitazione finale, valutando la distribuzione dei carichi, i profili di emergenza per le manovre di igiene orale, il supporto labiale e quindi l’estetica.

Gli impianti vengono, dunque, posizionati non solo dove c’è osso disponibile senza intaccare le strutture anatomiche nobili, ma anche in funzione alla progettazione protesica.

Per queste motivazioni, spesso vi è la necessità clinica di far ricorso a tecniche chirurgiche che mirino a compensare difetti ossei sviluppati in conseguenza alla perdita degli elementi dentari o alla presenza di patologie ossee.

D’altronde, tutto questo comporta, per l’implantologia, tempi chirurgici più lunghi e rischi di complicanze maggiori che non sempre è possibile accettare in pazienti anziani e/o con severe patologie sistemiche. Inoltre, le aspettative del paziente sono aumentate in termini di tempistiche ridotte e risultati sempre più performanti e a costo contenuto.

Per il clinico odontoiatra, una delle più grandi sfide chirurgiche è rappresentata dalle procedure di ricostruzione verticale delle creste alveolari atrofiche nel settore posteriore mandibolare.

Molti studi pubblicati in letteratura hanno valutato varie possibilità terapeutiche per il trattamento riabilitativo in questo settore registrando, tuttavia, una percentuale di fallimento medio del 20% dei casi1.

Una percentuale di successo così bassa obbliga deontologicamente i clinici e i ricercatori a sperimentare nuove tecniche in grado di ridurre la percentuale di fallimento ed essere quindi ritenute maggiormente predicibili.

La tecnica chirurgica valutata nel presente studio clinico del prof. Barone A. e del dott. Marconcini S. (Clinical success of dental impants placed in posterior mandible augmented with interpositional block graft: 3-year results from a prospective cohort clinical study. J Oral Maxillofac Surg 2019;77/2:289-98) si basa sull’osteotomia sandwich introdotta da Schettler nel 1976 e poi modificata da Marchetti nel 20072.

Essa consiste in un’osteotomia mesio-distale nella zona edentula posteriore mandibolare (1-3 mm dal nervo alveolare inferiore) e due osteotomie di rilascio verticali preservando il periostio linguale (1-3 mm da altri elementi dentari) per mantenere la vascolarizzazione, migliorandone la guarigione.

Il segmento osseo viene quindi dislocato superiormente e interposto un innesto osseo nel mezzo, da qui il nome “sandwich”.

Tuttavia, le tecniche di Schettler e Marchetti prevedevano l’uso di osso autologo prelevato rispettivamente da siti extra e intra-orali, influendo negativamente sulla morbilità e la compliance del paziente3.

Diversamente dagli autori citati, per ridurre le complicanze e i tempi chirurgici in questo caso è stato inte

rposto un innesto in blocco xenogeno equino tra l’osso basale e il segmento di osso dislocato, ricoprendolo con particolato osseo xenogeno porcino e bloccando il tutto con placchette da fissaggio in titanio.

Lo scopo principale di questa valutazione clinica è stato di valutare il successo e la sopravvivenza implantare dopo un periodo di 3 anni. Gli impianti sono stati posizionati sommersi in mandibola posteriore 4 mesi dopo la procedura di ricostruzione ossea effettuata mediante la tecnica di osteotomia a sandwich modificata.

Il secondo obiettivo è stato proprio quello di valutare il guadagno osseo di questa tecnica ricostruttiva mediante TC cone beam e il livello di soddisfazione del paziente.

L’intervento ricostruttivo è stato eseguito su 23 pazienti in 29 siti in cui l’osso rimanente aveva uno spessore orizzontale di almeno 5 mm e un’altezza del sito dal nervo alveolare di 3-5 mm, non idonea per il posizionamento di impianti corti.

Una parestesia transitoria emilaterale del nervo mandibolare della durata di circa 1 settimana è stata riscontrata in tutti i pazienti; un soggetto ha riportato una frattura del corpo mandibolare 3 giorni dopo la procedura chirurgica. In tutti i casi, però, si è avuta guarigione completa registrando un aumento osseo che ha consentito l’inserimento implantare dopo 4 mesi di guarigione con un guadagno radiologico medio di 5,09±0,8 mm. L’85% dei pazienti consiglierebbe questo intervento.

Le percentuali di sopravvivenza implantare dopo 3 anni sono del 95,5% e di successo del 90,9%.

Sintesi del dott. Saverio Cosola

Lavoro originale a cura di: Simone Marconcini, Ugo Covani, Enrica Giammarinaro, Eugenio Velasco-Ortega, Daniele De Santis, Fortunato Alfonsi, Antonio Barone

Per approfondire
1Esposito M, Grusovin MG, Coulthard P, Worthington HV. The efficacy of various bone augmentation procedures for dental implants: a Cochrane systematic review of randomized controlled clinical trials. Int J Oral Maxillofac Implants 2006 Sep-Oct;21(5):696-710. Review.

2Schettler D. Sandwich technic with cartilage transplant for raising the alveolar process in the lower jaw. Fortschr Kiefer Gesichtschir 1976;20:61-3.

3Marchetti C, Trasarti S, Corinaldesi G, Felice P. Interpositional bone grafts in the posterior mandibular region: a report on six patients. Int J Periodontics Restorative Dent 2007 Dec;27(6):547-55.